Lunedì 9 febbraio 2026
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Comprendere la Parola
Il racconto di Luca conduce il lettore dentro la sinagoga di Nàzaret, il luogo più familiare per Gesù, il paese dove è cresciuto e dove tutti lo conoscono. Proprio qui egli pronuncia una parola che suona come una legge della storia biblica: «Nessun profeta è bene accetto nella sua patria». Non è una semplice constatazione psicologica. È la memoria di ciò che accade continuamente nella Scrittura. Il profeta parla in nome di Dio e proprio per questo diventa scomodo per coloro che pensano di conoscere già Dio.
Gesù richiama due episodi ben noti della tradizione d’Israele. Nel tempo della grande carestia il profeta Elia non viene mandato a una delle molte vedove di Israele, ma a una vedova straniera di Sarepta di Sidone. Allo stesso modo, tra i numerosi lebbrosi presenti in Israele ai giorni di Eliseo, solo Naamàn, il Siro, riceve la guarigione. Il punto non è che Dio preferisca gli stranieri, ma che la sua azione non può essere imprigionata dentro i confini religiosi o nazionali. La grazia di Dio rimane libera e raggiunge chi è disposto ad accoglierla.
Per gli ascoltatori di Nàzaret queste parole diventano intollerabili. Essi non rifiutano semplicemente un insegnamento; percepiscono che Gesù mette in discussione una sicurezza religiosa radicata: l’idea di possedere Dio. Per questo la reazione è violenta. L’assemblea liturgica si trasforma in una folla ostile che trascina Gesù fuori della città per eliminarlo.
Eppure il racconto si chiude con una scena sorprendentemente sobria. Gesù «passando in mezzo a loro, si mise in cammino». Nessun gesto spettacolare. Solo la libertà del profeta che continua il suo percorso. La parola di Dio può essere respinta, ma non può essere fermata. E il cammino di Gesù, rifiutato nella sua città, continuerà verso altri luoghi e verso altri cuori pronti ad ascoltare.
