Domenica 24 maggio 2026 – Pentecoste
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Comprendere la Parola
La Pentecoste non è soltanto il ricordo della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. È il racconto di una nuova creazione. Tutto, nelle letture di questa solennità, parla di un Dio che non si limita a soccorrere l’uomo dall’esterno, ma entra dentro la sua paura, la sua fragilità e perfino la sua chiusura, per trasformarlo dall’interno.
Il Vangelo di Giovanni presenta i discepoli rinchiusi nel cenacolo. Le porte sono sbarrate «per timore». È un particolare decisivo. Dopo la morte di Gesù, i discepoli non sono soltanto smarriti. Sono uomini paralizzati. Hanno visto crollare le loro attese, si sentono esposti, vulnerabili, incapaci di riprendere il cammino. E proprio lì, dentro quello spazio chiuso, entra il Risorto. Non abbatte le porte. Non forza l’ingresso. Semplicemente “sta in mezzo”. La prima opera dello Spirito è questa presenza del Signore che ritorna ad abitare il centro della vita dei suoi.
Le prime parole di Gesù sono: «Pace a voi». Non una formula di cortesia, ma il dono messianico della pace, cioè della riconciliazione profonda con Dio, con sé stessi e con gli altri. I discepoli portano ancora dentro il peso del tradimento, della fuga, della paura. Gesù non riapre il processo del passato. Mostra invece le mani e il fianco trafitti. Le ferite rimangono, ma non sono più segni di sconfitta. Sono diventate feritoie di vita. Lo Spirito Santo nasce precisamente dal Crocifisso risorto. Non cancella magicamente il dolore umano, ma lo trasfigura.
Poi Gesù compie un gesto straordinario: «soffiò». Il verbo richiama direttamente Genesi 2,7, quando Dio soffia nelle narici dell’uomo il respiro della vita. Giovanni sta dicendo che a Pentecoste avviene una nuova creazione. Lo Spirito è il respiro stesso di Dio comunicato all’umanità. Senza questo soffio l’uomo resta vivo biologicamente, ma interiormente spento, chiuso, incapace di amare davvero. Lo Spirito riaccende ciò che il peccato, la paura e l’egoismo avevano soffocato.
Per questo la Pentecoste non produce uniformità, ma comunione. Negli Atti degli Apostoli, gli uomini provenienti da popoli diversi ascoltano gli apostoli parlare ciascuno nella propria lingua. A Babele le lingue avevano diviso gli uomini; a Pentecoste le differenze non vengono eliminate, ma rese capaci di comprensione reciproca. Lo Spirito non distrugge la pluralità, la armonizza. L’unità cristiana non nasce dall’omologazione, ma dalla comunione delle differenze.
Anche Paolo, nella seconda lettura, insiste su questo punto. Vi sono carismi diversi, ministeri diversi, attività diverse, ma uno solo è lo Spirito. La Chiesa non è costruita sull’uniformità delle persone, bensì sulla convergenza dei doni verso il bene comune. Lo Spirito Santo non annulla l’identità personale, ma la porta alla sua verità più profonda. Ciascuno riceve qualcosa non per sé soltanto, ma per diventare dono per gli altri.
La Sequenza di Pentecoste descrive magnificamente questa azione dello Spirito dentro l’uomo. Egli lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido. È un’immagine potentissima della condizione umana. Il cuore può diventare arido, freddo, irrigidito. Lo Spirito non è una forza anonima o un’emozione religiosa passeggera. È la presenza di Dio che rende nuovamente vivibile l’esistenza umana.
Anche il Salmo responsoriale parla di creazione e rinnovamento: «Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra». Non soltanto l’uomo, ma l’intera creazione attende questo soffio di vita. La Pentecoste riguarda il mondo intero. Dove passa lo Spirito nasce una vita nuova, rinascono relazioni spezzate, si apre il futuro, riprende vigore la speranza.
La Chiesa nasce così: non da una strategia, non da una organizzazione, non dalla forza degli uomini, ma dal dono dello Spirito. E ogni cristiano continua a vivere autenticamente soltanto quando lascia spazio a questo soffio di Dio dentro la propria vita. Perché il contrario dello Spirito non è semplicemente il peccato. È una vita chiusa. Chiusa nella paura, nel risentimento, nell’autosufficienza. Pentecoste è invece l’apertura delle porte interiori perché Dio possa ancora entrare e rendere nuova la terra, cominciando dal cuore dell’uomo.
