Lunedì 20 aprile 2026
Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Comprendere la Parola
La scena si apre con una ricerca, ma è una ricerca ambigua. La folla si muove, attraversa il mare, si organizza, indaga: sembra un desiderio autentico. Eppure Gesù smaschera subito la radice di quel movimento. Non è la comprensione del segno, ma la memoria del pane. Non è la rivelazione accolta, ma la sazietà sperimentata. Cercano ancora, ma cercano male.
Il punto è decisivo. Il segno rimanda oltre sé stesso, apre uno spazio di interpretazione, chiede un salto. La folla invece si ferma al beneficio ricevuto. Ha mangiato e vuole ancora mangiare. Gesù non rifiuta il bisogno, ma rifiuta che il bisogno diventi l’unico criterio. Per questo introduce una frattura netta: c’è un cibo che non dura e un cibo che rimane. Il primo riempie, il secondo trasforma. Il primo risponde alla fame, il secondo genera la vita.
Qui emerge il cuore del discorso. Non si tratta di moltiplicare opere, ma di riconoscere un dono. La folla chiede cosa fare, come se la relazione con Dio fosse una costruzione umana. Gesù rovescia la prospettiva. L’opera di Dio non è anzitutto ciò che l’uomo compie, ma ciò che Dio compie nell’uomo. E questa opera ha un nome preciso: credere.
Credere non è un’aggiunta morale, ma un atto radicale di affidamento. Significa passare dal pane al segno, dal bisogno alla relazione, dal possesso al riconoscimento. È lasciare che il sigillo del Padre, posto sul Figlio, diventi criterio di verità. La fede, allora, non è un’opera tra le altre, ma l’apertura che rende possibile ogni altra opera. Senza questo passaggio, anche la ricerca più intensa rischia di restare chiusa dentro l’orizzonte della propria fame.
