Sabato 3 ottobre 206
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,17-24)
In quel tempo, i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».
Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
Comprendere la Parola
Emerge subito nel brano una gioia che non nasce dal successo, ma dalla relazione: i settantadue tornano entusiasti perché hanno visto la potenza del nome di Gesù operare attraverso la loro fragilità. Ma il Maestro li corregge con delicatezza: la vera gioia non è avere potere sugli spiriti, bensì sapere che Dio conosce il loro nome, che sono già dentro una storia di salvezza. È un invito a non confondere i doni con il Donatore, i risultati con la grazia.
Gesù stesso, “esultando nello Spirito Santo”, rivela il cuore del Padre: un Dio che non si lascia imprigionare dalla logica dei sapienti, ma si china sui piccoli, su chi non pretende di capire tutto, su chi accoglie con stupore. La rivelazione passa attraverso la semplicità, non attraverso la competenza. È un capovolgimento radicale: ciò che conta non è la grandezza umana, ma la disponibilità a lasciarsi amare.
Poi Gesù si rivolge ai discepoli con parole che sono un privilegio e una responsabilità: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete”. Molti hanno desiderato ciò che ora è davanti a loro: la presenza del Figlio, la vicinanza del Regno, la tenerezza del Padre che si manifesta. È come se dicesse: non date per scontato ciò che vivete, perché è un dono immenso.
Il brano diventa così una chiamata alla gratitudine. Non siamo beati perché forti, ma perché amati. Non perché vinciamo battaglie spirituali, ma perché i nostri nomi sono scritti nei cieli. La vera gioia cristiana nasce da qui: sapere che Dio ci guarda, ci riconosce, ci custodisce. E che ciò che vediamo e ascoltiamo nel Vangelo è il compimento di una lunga attesa, la promessa finalmente realizzata.
