Sabato 7 febbraio 2026
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)
In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola:
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Comprendere la Parola
La parabola che Luca colloca al cuore del capitolo 15 non nasce nel vuoto. Essa scaturisce da una mormorazione: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». La scena iniziale è decisiva. Gesù non racconta una storia edificante, ma risponde a una contestazione precisa. In gioco non è semplicemente la conversione di un peccatore, ma la comprensione stessa di Dio e del suo modo di agire. La parabola è dunque una rivelazione del volto del Padre.
Il racconto si apre con una richiesta sorprendente. Il figlio minore domanda la parte di eredità che gli spetta. Nel contesto semitico ciò equivale quasi a dire al padre: “Per me sei come morto”. Eppure il padre non reagisce con indignazione né con punizione. Divide il patrimonio. Il testo lucano, con una finezza che molti esegeti hanno sottolineato, osserva che egli divise tra loro “la vita” (bíos), non soltanto i beni. È come se il padre consegnasse ai figli una parte di se stesso.
Il viaggio del figlio minore è una parabola della libertà umana. Il “paese lontano” non è solo uno spazio geografico: è il luogo dell’autonomia radicale, dove il legame con il padre viene reciso. Lì il patrimonio si dissolve e con esso l’illusione di autosufficienza. La carestia non è soltanto un evento economico; nel linguaggio biblico è spesso il segno di una condizione esistenziale. L’uomo che aveva voluto vivere senza il padre finisce a custodire porci, animali impuri per Israele: il punto più basso della degradazione.
Il momento decisivo arriva quando «rientra in sé stesso». Non è ancora la conversione piena, ma è l’inizio di un risveglio. Il figlio prepara un discorso, calcola una strategia di sopravvivenza: diventare salariato. Ma la parabola cambia direzione proprio qui. Quando il figlio è ancora lontano, il padre lo vede. Il verbo suggerisce un’attesa prolungata. E poi accade l’impensabile: il padre corre. Nel mondo antico correre era gesto indecoroso per un patriarca. Eppure egli lo fa, spinto da una compassione che precede ogni confessione.
Il figlio riesce appena a pronunciare le prime parole del suo discorso. Il padre non lo lascia finire. Non negozia, non umilia, non esige garanzie. Ordina invece i segni della piena reintegrazione: la veste, l’anello, i sandali. Non lo accoglie come servo, ma ristabilisce la sua dignità di figlio. La festa che segue non è un dettaglio narrativo: è il linguaggio della gioia divina. «Era morto ed è tornato in vita».
A questo punto la parabola potrebbe concludersi. Ma Gesù introduce il secondo figlio. In lui si riflettono gli interlocutori iniziali, gli scribi e i farisei. Il maggiore non comprende la festa perché interpreta la relazione con il padre in termini di merito e di ricompensa. «Io ti servo da tanti anni». Il verbo usato (douleúō) richiama il servizio dello schiavo, non la libertà del figlio. Paradossalmente, colui che non ha mai lasciato la casa non ha mai capito la logica del padre.
Il racconto termina senza dirci se il figlio maggiore entrerà nella festa. È un finale aperto. La parabola non vuole semplicemente consolare i peccatori, ma provocare chi si ritiene giusto. La vera questione non è il ritorno del figlio minore, ma la capacità di accogliere la gioia del padre.
In fondo, il protagonista non è nessuno dei due figli. È il padre. In lui Gesù svela il cuore stesso di Dio: un Dio che non difende il proprio onore, ma cerca instancabilmente i suoi figli e considera la loro vita ritrovata come motivo di festa. Dove l’uomo vede colpa e distanza, Dio vede una storia che può ricominciare.
