Sabato 28 febbraio 2026
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,43-48)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
Comprendere la Parola
L’ultima antitesi del Discorso della Montagna si presenta come il compimento di un itinerario esigente. Essa si collega strettamente alla precedente, perché rimane sul terreno concreto delle relazioni segnate dal conflitto, dall’offesa, dall’odio. La costruzione del testo è limpida. Anzitutto la tesi, ciò che “fu detto agli antichi”, quindi l’antitesi pronunciata da Gesù, articolata in due imperativi, seguita dalla motivazione teologica e da ulteriori argomentazioni che culminano nel versetto conclusivo. Proprio quest’ultimo rappresenta il vertice dell’intera sezione delle antitesi.
L’Antico Testamento conosce con chiarezza il comandamento dell’amore del prossimo, come attesta Lv 19,18. Non formula però un esplicito precetto di odio verso il nemico. La restrizione nasce piuttosto dall’orizzonte in cui il “prossimo” è inteso, cioè il membro del popolo d’Israele. Gesù infrange questo limite. L’amore non è più circoscritto, ma universale. Non si tratta di una semplice rinuncia alla vendetta né di un atteggiamento passivo che ignora il nemico. L’amore richiesto è attivo, operoso, capace di benevolenza concreta. Pregare per chi perseguita significa domandare per lui al Padre la benedizione, entrare nella logica stessa di Dio.
La motivazione è decisiva. I discepoli sono figli del Padre. Non possono comportarsi come i pagani, che amano solo chi li ama. Il Padre fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. La sua bontà è gratuita e indiscriminata. I figli sono chiamati ad assumere i suoi stessi sentimenti. L’imitazione non è facoltativa, ma costitutiva della loro identità.
Per questo l’esortazione finale suona radicale. «Siate perfetti» può forse essere reso meglio conservando il valore di futuro, come promessa e compito insieme. La perfezione etica, esemplata su quella del Padre, non è un traguardo immediato, ma la meta di un cammino progressivo, di un impegno continuo che plasma il cuore fino a renderlo conforme alla misericordia divina.
